La Mamy in Papua.
“You’ll remember that you have a Mamy also here”.
La Mamy Naky, a Wewak, nella semplice e più economica guesthouse del posto, che prende a cuore quattro stranieri. Quattro che ricorderanno di avere una mamma anche lì, la Mamy dal volto nero e sorridente, con gli occhi luminosi e lucidi mentre stringe tra le mani un pacchetto contenente la gonna che riceve in regalo, la voce tremante mentre chiede perché l’hanno fatto. Perché? Perché è stata premurosa, come lo sono le mamme. Perché le hanno voluto bene dal primo momento in cui l’hanno incontrata. Per dirle grazie.
Ed è così che riesci a sentirti a casa tua ovunque, persino nella piccola cittadina a nord della Papua Nuova Guinea, dove una voce o un volto o una stretta di mano o un sorriso ti fanno credere di essere a casa tua anche se nulla ti appartiene.
E poi torni da dove eri partito, osservi il planisfero e quasi ti sembra che la terra sia più piccola, gli spazi meno immensi, tutto più facilmente raggiungibile. Ma sei tu che sei cresciuto un pochino, ogni volta un po’ di più, e rientri con un bagaglio più pesante, molto di più delle enormi valige rigide che vedi passare sui nastri scorrevoli degli aeroporti del mondo.
Uno si sveglia un mattino e dice “Potrei andare in Papua Nuova Guinea”. Poi quattro “stranieri” tornano e raccontano di questo Paese. Di una popolazione accogliente e allegra, di gente curiosa, di una terra fertile e orti ben curati, di bambini responsabili e sorridenti, di volti fieri e orgogliosi, ma anche di uomini ubriachi che maltrattano le loro mogli, di balordi che stuprano le donne, di ospedali non sufficientemente attrezzati, di malattie che uccidono per ignoranza o per incuranza, di commercianti che truffano in modo meschino, di tribù che si massacrano tra loro a colpi di armi da fuoco acquistate dall’Indonesia barattando marijuana, mentre un Governo assiste poco capace di agire.
Sfoglio un taccuino immaginario, dove l’io più giovane di un viaggio, in una terra in parte ancora incontaminata, annota nomi, orari, luoghi, costi… di un Paese che ci accarezza dolcemente e ci schiaffeggia con violenza, ci accarezza e ci schiaffeggia, ci accarezza e ci schiaffeggia …
…vorrei prenderlo tra le braccia, come ho fatto con tanti bimbi figli di mamme premurose e orgogliose, ma il battito del cuore accelera e mi brucia improvvisamente la bocca dello stomaco, gli occhi si annebbiano. La giovane mamma mi fa dire dall’infermiera che posso prendere il suo piccolo nato da due giorni, posso portarlo via, perché lei non è in condizioni di farlo uscire dall’ospedale, lei che si ritrova in una casa senza famiglia, mamma per la prima volta, ragazza costretta donna, senza il suo uomo. L’infermiera si dà da fare per spiegarmi che può aiutarmi a portarlo via; io, soffocata dal bruciore, le spiego che non è così che si “prende” un bimbo. Che non posso fare nulla, proprio nulla, solo sopportare il bruciore del violento schiaffo.
…posso essere la nipote della donnina che in un pomeriggio di giochi con una famigliola di piccoli uomini e donne, si sfila dal collo la sua borsa lisa dal tempo e la infila nel mio, mi sorride e con gli occhi pieni di dolcezza mi guarda e non mi parla perché non conosco la sua lingua, ma io ho capito.
E’ in questa terra lontana, ancora un po’ selvaggia, che partecipiamo con grande coinvolgimento al Sing Sing festival di Mt Hagen, un’esplosione di colori, suoni, musiche, voci e danze che ci travolgono immediatamente. Si tratta di uno dei grandi spettacoli etnici che si ripetono ogni anno in Papua Nuova Guinea; nati negli anni ’50 su iniziativa e organizzazione dei coloni, avevano l’intento di creare delle occasioni di incontro pacifico tra i clan che erano spesso coinvolti in lunghe e a volte disastrose guerre tribali. Il festival doveva creare un momento di partecipazione e di competizione “sportiva”, dove ogni clan si impegnava a presentarsi con i migliori costumi tribali, i migliori trucchi, le migliori e più coinvolgenti danze e musiche per sfilare in un grande stadio sportivo dove poi una commissione valutava ogni dettaglio fino ad assegnare a tre vincitori i premi dei migliori.
L’idea ebbe successo e così gli spettacoli si sono moltiplicati, organizzati in varie città del paese e in stagioni diverse dell’anno, fino a diventare una spettacolare attrattiva per i turisti che arrivano da tutto il mondo.
Andare a questi festival è come prendere parte a una grande sfilata di carnevale, dove i partecipanti si presentano con i costumi tradizionali dei loro antenati, proponendo delle rivisitazioni delle danze propiziatorie dei loro predecessori, cercando sempre di arricchirle di qualcosa che possa contribuire e renderli i vincitori dell’edizione. Sono sicuramente un po’ artefatti, a volte kitch, ma pur sempre dei meravigliosi spettacoli da vedere.
E come ogni viaggio, anche questo ha una fine. Arrivo a casa, disfo lo zaino, sempre lo stesso, ripongo le cose, non sono cambiate dall’ultima volta che sono partita. Saranno più o meno le stesse che userò per il prossimo, speriamo presto.



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