Gatunga, Kenya.
Terra rossa, polvere che entra ovunque, frutta esposta in piccole e ordinate piramidi cromatiche, carbone venduto in secchielli di latta, donne davanti alle botteghe intente a intrecciare i capelli sulle teste delle loro clienti, sguardi curiosi, bambini sulle schiene delle mamme che si muovono agili per le strade del nord-ovest del Kenya, sulle terre del Taraka.
E’ qui che si trova Gatunga, un piccolo villaggio come ce ne sono tanti in Africa, poche casette costruite con fango e sterco, con tetti di lamiera, su strade sterrate del colore della porpora.
Diresti che il turismo non sia mai passato di qua perché non c’è ragione per cui qualcuno possa scegliere di farlo. Ma qualche bambino mi chiede “caramella?”.
Resto perplessa.
E’ inverno, ma fa caldo, molto caldo. Eppure gli uomini di fatica ci sono, gente che lavora otto-dieci ore al giorno, sotto un sole cocente; trasportano pietre, ne spaccano altre, costruiscono i muri di un “Futuro Migliore”, così diceva anche il claim di una nota agenzia di assicurazione italiana.
E noi li accompagniamo in questo progetto, proviamo a insegnare loro che la vita non è solo oggi e che se vogliamo stare bene domani, dobbiamo fare progetti adesso e perseguirli.
Gatunga dista due ore da Meru, il distretto più grande della zona, ma è sola e isolata nella sua distesa di bush.
Per raggiungere Meru occorre alzarsi alle 4 del mattino, prendere l’unico mezzo di trasporto che fa la spola tra la città e il paese, il kathangachini. Tanti posti, per viaggiare e per stivare pacchi, pacchetti, sacchi, galline e tanto altro.
Per tornare occorre prendere lo stesso kathangachini che riparte da Meru alle 13.00.
Sono gli orari dei lavoratori che da Gatunga vanno a Meru e tornano ogni giorno.
Nei giorni di mercato funziona qualche taxi collettivo, ma è difficile conoscerne gli orari e i posti sono pochi.
A Gatunga o ci nasci o non c’è altro motivo per andarci a vivere. La terra è secca, il bush è fitto, l’acqua è poca e devi andare a prenderla al fiume.
Ma se è difficile per un keniota decidere di trasferirsi a vivere lì, non meno difficile è convincere chi vi è nato a restarci.
A Gatunga la vita è dura.
Il training centre in costruzione rappresenta la speranza per un gruppo di studenti, per una vita più facile, per dare una ragione alla scelta di restare.
Al dispensario delle suore di Gatunga i miracoli non avvengono, le sorelle si danno un gran da fare, due infermiere lavorano facendo quello che possono, in un posto dove non c’è la chirurgia, non si può fare una lastra, non si possono fare esami di laboratori. E le medicine a volte sono un privilegio per pochi, quando si trovano.
Suor Teresa è una piccola ed esile donna kenyota dal sorriso facile, dal fisico instancabile e dal cuore enorme.
Lei
e una delle infermiere che lavorano al dispensario raggiungono ogni settimana un
posto più o meno lontano dove vanno a visitare bambini piccoli e donne in gravidanza.
Quello che trovi è una piccola capanna di fango e un gruppo di donne che
aspettano, possono essere 40 o 50 o anche di più. Aspettano pazienti, in
ordine, non hanno la frenesia delle occidentali. Quando la suora e l’infermiera
arrivano, loro iniziano il rituale della “visita”: spogliano nudi i loro
piccoli, li infilano in una imbracatura di cotone che viene appesa a un gancio
della bilancia posta sul ramo di un albero. Dopo il peso, fanno la fila per la
registrazione; c’è una delle infermiere seduta sotto l’ombra di un albero a una
piccola scrivania che prende nota di tutto su un grande librone e lo riporta sul
libretto di ogni mamma, in modo che resti la storia delle vaccinazioni e delle
visite dei bimbi.
Ci sono sempre nuovi nati. Molti.
Da un’altra parte suor Teresa visita le donne in gravidanza, entrano una alla volta nella capanna dove c’è un piccolo lettino; gli viene misurata la pressione, il peso e ad alcune viene fatto il test del sangue per l’hiv.
Una volta finita la fase del peso e della registrazione, si passa ai vaccini, tutte le donne si mettono in fila davanti alla capanna, entrano a gruppi di 20 e si siedono sulle panche poste all’interno in file parallele come se si fosse in chiesa. Suor Teresa e l’infermiera fanno vaccini uno dietro l’altro, con grande velocità e dimestichezza, i piccoli lanciano un piccolo grido quando sentono l’ago, ma la tetta della mamma basta a farli calmare immediatamente. Ognuna delle mamme prepara i pochi spicci del costo del vaccino e l’infermiera fa il giro della raccolta.
Suor Teresa ha quattro appuntamenti al mese come questo, ogni settimana in un posto diverso, raggiunge quei villaggi dai quali le mamme dovrebbero fare troppa strada a piedi per arrivare al dispensario di Gatunga.
Per le strade di Gatunga non è una rarità incontrare un uomo che cammina dall’alba al tramonto per raggiungere la città in cui si trova suo figlio ricoverato in ospedale, lo fa più volte in una settimana, ma non lo sentiamo parlare di stanchezza. Anche i pochi spicci per il biglietto del kathangachini sono un lusso, vanno risparmiati perché serviranno per le spese dell’ospedale. E poi le proprie gambe sono gratis.
A Gatunga il ferragosto lo abbiamo festeggiato a casa di Savina, siamo stati invitati a cena per mangiare il capretto arrosto, con la tavola apparecchiata all’aperto tra le capanne e il recinto con le mucche e le capre; abbiamo avuto la luna piena per illuminarci, se non fosse stato così, avremmo acceso le candele.
A Gatunga da pochi mesi è arrivata la corrente, ma è un privilegio di pochi perché costa e perché non arriva fin nel bush. Alcuni negozietti ora ce l’hanno, si riesce anche a bere una birra fredda!
A Gatunga non c’è l’acqua corrente nelle capanne, ma i cellulari funzionano benissimo.
E’ un villaggio pieno di contraddizioni, ma è un posto che se ci passi non lo dimentichi più.
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