Le antiche carovane
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gli occhi e prova a immaginare centinaia di cavalli selvaggi che
galoppano liberi su una terra verde, sotto un cielo azzurro intenso.
Immagina migliaia di caprette che brucano l’erba, seguite nei pascoli da
grossi cani neri e da qualche ragazzotto a cavallo. Femmine di yak
enormi, munte da forti donne vestite di splendidi del dai
colori scuri e sbiaditi dal tempo. Yogurt dal sapore troppo acido per
il nostro palato, versato in piccole ciotole senza manici, pronte per
essere offerte a ospiti sempre ben accolti. Immagina deserti sconfinati
dove non sembra possibile ci sia vita. Distanze senza fine che ti
portano da un punto nel nulla a un altro punto nel nulla. Gher solitarie
abitate da uomini, donne e bambini che del mondo moderno hanno
acquisito un’antenna parabolica e un pannello solare posizionato sul
tetto accanto al formaggio messo a seccare per le scorte degli inverni
dei 30 gradi sotto lo zero. Queste gher,
le tende bianche circolari dal diametro non superiore ai 7 metri,
racchiudono tutta una vita di una famiglia: i letti, la stufa al centro
con la canna che finisce fuori dal tetto attraverso il buco circolare
sul soffitto, la piccola credenza, le poche foto orgogliosamente esposte
sui vetri, il pentolame, gli abiti e magari una macchina per cucire.
E’ la Mongolia.
Un paese di spazi che sembrano non finire, terre e cieli a perdita d’occhio, poche strade e tante, tantissime piste in luoghi apparentemente vuoti.
Qui vivono i nomadi: gli uomini e le donne dalla pelle seccata dal sole e dal freddo, con lo sguardo orgoglioso, col fisico forte, con le mani indurite dal lavoro.
E’ il viaggio nel tempo: fermo in un punto della sconfinata terra mongola osservi una famiglia armeggiare con grossi carri di legno attaccati a enormi yak, che sta completando di caricare la sua “casa” per spostarsi verso pascoli più ricchi, verso luoghi più vicini a piccoli o grandi paesi, dove tra poco riapriranno le scuole, frequentate dai piccoli futuri nomadi.
E’ il paese delle porte sempre aperte: si è sempre ben accolti, l’ospitalità è sacra; c’è il thè, il formaggio, i semplici biscotti, lo yogurt. Quello che hanno, te lo offrono.
E’ una sorpresa dopo l’altra. Come il lago di acqua dolce dal colore cristallino, racchiuso dalle alte dune del deserto, dove i cavalli e le mucche si abbeverano sulla riva.
Gli occhi sorpresi di un anziano signore che si lascia allacciare al suo polso il cinturino di un orologio che probabilmente deve ancora imparare a leggere.
La stanchezza di interminabili viaggi, ore e ore di scossoni per percorrere poche centinaia di km in un Paese dagli antenati gloriosi.
E’ la magica, quieta, orgogliosa Mongolia.




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