Magico deserto.


Nel sud dell’Algeria, a circa 2000 km dalla costa affacciata sul Mediterraneo, c’è il grande deserto del Sahara. Arrivi in aereo a Djanet, grande e unica oasi del sud del paese, e in poco tempo vieni trasportato dentro spazi immensi, a respirare un’aria quasi troppo pulita, circondato da colori profondi, avvolto da un silenzio speciale, interrotto solo a volte dalla musica della sabbia. Ti ritrovi sotto un cielo notturno così stellato che ti chiedi che cielo è quello che osservi dalla finestra di casa tua.

Tutto quello che ti circonda è così prezioso che dimentichi la doccia e il bagno, il tavolo e le sedie, sopporti il freddo delle notti silenziose, non pensi alla polvere e alla sabbia che ti entra ovunque. Sei in uno spazio incredibilmente grande e aperto; la città in cui vivi ti aveva fatto dimenticare come a volte lo sguardo può perdersi in orizzonti così vasti.

E’ la magia della liberazione dalle regole della routine quotidiana, è quando non devi più pensare a pettinarti, a fare la barba, a truccarti, a controllare il colletto della camicia, a chiudere il gas, a mettere i piatti nella lavastoviglie. Mangi seduto a terra o dove capita, intorno a un fuoco che ti riscalda contro il freddo delle notti nel deserto e che ti fa lacrimare gli occhi per il fumo; lì dove sei lasci cadere la ciotola a terra, la riempi di sabbia e inizi a strofinare finché non la senti liscia al tatto, poi la riponi in un sacchetto di plastica per la cena del giorno successivo. Cerchi un posto appartato che sia il tuo bagno; di notte cammini pochi metri e spegni la torcia, di giorno ti allontani un po’ di più. Impari che i tuareg per fare la pipì si inginocchiano a gambe larghe e abbassano quanto basta la lampo dei pantaloni, per evitare che il vento, quando c’è, li bagni.

I tempi delle giornate sono scanditi dalle pause dei pasti. Noi siamo veloci come cavallette a divorare i nostri, ma le guide tuareg, che non conoscono i tempi occidentali, sono calme e procedono con tranquillità; accendono il fuoco, mettono l’acqua a bollire, si muovono senza fretta. Cuociono il pane nella sabbia, sotto la brace, lo sbriciolano in un ciotolone e lo mescolano a verdure e carne. Ci chiedono di assaggiare e noi, affamati e curiosi di sentire che sapore ha quel pasto, con un cucchiaio offerto da loro, a turno ci avviciniamo e ne prendiamo un po’.

Poi il meraviglioso rito del tè nel deserto, fatto e servito tre volte in piccoli bicchierini di vetro; è un tè forte e scuro e la sua preparazione è molto accurata.

Le teiere vengono messe a turno sulla brace per far bollire l’acqua; quando è calda al punto giusto, con un abilissimo gioco di equilibri, il tè viene passato da una teiera all’altra e mischiato allo zucchero in modo da formare una schiumina densa. Poi un sorso d’assaggio ed ecco pronto per tutti il primo tè.

Intanto viene aggiunta acqua alle foglie che hanno già dato, e solo un pizzico di nuovo tè, qualche fogliolina di menta e altro zucchero. E’ un rito che si ripete al mattino, nel primo pomeriggio e la sera sotto le stelle, dopo cena, fra la sabbia e il vento. Ci vuole tempo, ma il tempo non manca mai nel deserto.

Il Sahara non è solo il deserto dell’immaginario collettivo o quello dei film più noti, il Sahara è un deserto che cambia continuamente. Le pianure di pietra nuda, liscia, incisa e lavorata dai venti fino a formare delle schegge acute e taglienti; le montagne di roccia, con affascinanti labirinti tra sculture naturali che riproducono archi e tunnel, a volte ricoperti di dune di sabbia rossa. E l’erg, il deserto delle dune di sabbia. Il deserto affascinante e maestoso, che ti riempe il cuore, gli occhi e l’anima, il luogo dove puoi trovare la solitudine e dove non vorresti mai perderti.

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