Ed è subito Africa.


In Malawi e Zambia fa buio presto, le sembrano finire in fretta. In realtà iniziano molto prima, basta provare una mattina a uscire alle 6 per rendersi conto che la vita è già sveglia da un pezzo, decine di bimbi sono già in giro, i più grandi a prendersi cura dei più piccoli, questi piccoli che non sono mai troppo piccoli, perché qui in Africa si nasce già un po’ grandi; le donne sono in movimento con grossi pacchi perfettamente in equilibrio sopra il capo e i bimbi legati sulla schiena, a occuparsi dell’acqua, della legna, delle pulizie, di tutto. Gli uomini giocano al bao!

E’ così che abbiamo visto e sentito iniziare le giornate africane, con tanti sorrisi e saluti e strette di mano e le abbiamo viste finire con uno spicchio di luna a U che cresceva in un cielo che sembra più stellato del nostro perché alla sera le luci artificiali si accendono solo in pochi posti.

Lilongwe ci ha accolto da una terrazza affacciata sull’aeroporto piena zeppa di volti neri e occhi curiosi e sorridenti.

Ed è stata subito Africa: terra rossa, vegetazione spoglia, capanne con mattoni di terra e tetti di paglia o di lamiera, donne vestite di colori sgargianti, pubblicità della Nestlé e Coca Cola, negozi di Bata, mucchi di immondizia ovunque. Musica, colori, polvere, mercati, frutta vicina al lucido delle scarpe, pentolame accanto al dentifricio, scarpe ammonticchiate, vestiti usati, borsoni, sapone, pesce, acqua da bere in sacchetti di plastica.

Nel quartiere malfamato di Lilongwe dove dormiamo entro le 17 bisogna rientrare alla guesthouse, ai bianchi è vivamente sconsigliato uscire soli dopo il tramonto.  Il Christall ha l’aria di un albergo a ore, dalla zanzariera annodata cade un pacchettino di Chisango, l’unica marca di preservativi distribuita in tutto il Malawi, costosi come una cena per una persona. La finestra si affaccia sulla strada principale, per tutta la notte arrivano suoni di musica africana dei bar sparsi qua e là, siamo attratti, ma evitiamo, come consigliato dagli occhi dei locali.

E’ l’Africa vista nei documentari, quelli in cui si parla della povertà nel mondo, è l’Africa letta nei libri, sognata nelle notti dei giorni passati. Siamo contenti, ansiosi, eccitati, curiosi di scoprirla giorno per giorno, con un itinerario che si disegna pian piano sulla cartina, con mezzi di trasporto improvvisati: il minibus, il pickup, il camion, l’autostop, il treno; dormiamo in guesthouse semplici, a volte senz’acqua, a volte senza corrente; mangiamo cibo povero e poco vario, con le mani, attenti solo a controllare che sia caldo e ben cotto per evitare di farci attaccare da batteri per i quali non abbiamo anticorpi.

Nomi e volti rimangono nella mente. Austin è venuto a dirci grazie da parte della mamma per aver passato del tempo a giocare con una flotta di bambini impazziti per una foto digitale; Willie ci ha voluti a cena nella sua modestissima casina dove abbiamo mangiato seduti sul letto con i piatti poggiati su una sedia e una candela accesa in una vecchia lattina di fagioli; i testimoni di Geova si sono stretti nella loro jeep due posti per non lasciarci a piedi nel parco di Nyika dove forse non sarebbe passato un mezzo di trasporto fino al giorno dopo; Margareth ci ha scortati alla stazione del treno in una città di frontiera dove un nugolo di balordi era pronto a toglierci anche le mutande; Abbash ci ha raccolti per strada e non ci ha lasciarti finché non è stato certo che avessimo trovato una stanza in cui dormire; il prete, durante la festosissima e coloratissima messa in lingua africana, ci ha ringraziato per la nostra presenza lì.

E potrei andare avanti, ogni giorno c’è stato un incontro speciale che ci ha raccontato dell’umiltà, della dignità e della bontà che c’è nella vita di queste persone. Ho gli occhi pieni di sorrisi incredibili e vorrei essere capace di disegnarli e raccontarli per come li ho visti lì in Africa.

La mamma del ragazzo malato di malaria all’ospedale di Mkushi, dopo avermi raccontato delle sofferenze del figlio, mi ha detto:

“Non vai a parlare con lui?”

Gli abbiamo messo una mano sulla sua e lui ci ha sorriso. Come ci hanno sorriso il nonnetto con una gamba ustionata dal fuoco, la giovanissima mamma con i gemelli, il ragazzo con la gamba ferita dal morso di un maiale, l’uomo investito da una moto. Tutti ci hanno detto:

“Grazie”.

E anche negli sguardi tristi, sofferenti e afflitti, non c’è mai il vuoto, questa gente è piena di vita: piena di iniziative, di idee, di capacità di arrangiarsi e di voglia di vivere. Pietro Veronese, giornalista e inviato speciale in Africa, ha scritto che gli africani sono i napoletani del mondo: per come sanno arrangiarsi, trovare soluzioni ai problemi e sberleffi a chi i problemi li ha creati.

In Africa non si ha fretta. La tabella alla stazione dei bus di Lilongwe segna gli orari di partenza per le varie destinazioni, ma un tizio che lavora lì ci ripete più volte, calmo e sorridente:

“Tranquilli, sedetevi, il vostro bus arriverà oggi.”

Quando riesci entrare in quest’ottica è un grande successo perché impari a godere di più del mondo che ti circonda, a osservare quello che accade con occhi diversi, ad aver tempo per te e per gli altri. I bus partono quando sono pieni, i negozi chiudono quando non c’è più nessuno in giro.

Impari a mangiare lo nsima, una polenta bianca che da sola non sa di niente e che per loro è uno degli alimenti principali; impari che per dimostrare amicizia a qualcuno che ti stringe la mano per salutarti, con la tua mano sinistra devi tenerti l’avambraccio destro; che i bimbi per ringraziarti ti fanno un piccolo inchino; che noi siamo i ‘muzungu’, i bianchi.

Potresti stare ore a giocare con bimbi che non conoscono la tua lingua, che fanno un pallone con cartacce della spazzatura e buste di plastica, che costruiscono con il fil di ferro camion e macchine. Che si divertono da matti a giocare a rubabandiera.

Sono migliaia questi bambini; le mamme, loro stesse a volte poco più che bambine, iniziano presto a partorire e vanno avanti finché c’è la salute, “Perché non hanno la tv!”, ma poi mi chiedo cosa sarebbe la loro vita senza tutti quei bambini. Riempiono i loro spazi, il loro tempo, la loro vita. Forse non avere la tv è una causa-effetto: arrivano più figli, bimbi che poi riempiono il loro tempo, quello che noi troppo spesso colmiamo guardando la tv.

Un viaggio che ha superato le aspettative; il contatto con gli africani del Malawi e dello Zambia e poi anche gli animali, le montagne, le spiagge e le cascate Victoria. Al Nyika National Park abbiamo vagabondato dentro i boschi ‘piantagione’. Abbiamo passeggiato sulle spiagge del lago Malawi: Senga Bay piena zeppa di pescatori, quando non erano in acqua a pescare erano a rammendare le reti oppure a fare il bagno per lavarsi e lavare i panni; a Nkata Bay le spiagge erano piene di bimbi e donne che facevano il bucato o lavavano i piatti. Il parco intorno alle cascate Victoria era pieno di babbuini dallo scroto blu; e poi le cascate, il bagno nella piscinotta naturale a filo col precipizio, il giro in elicottero, il rafting di quasi 5 ore giù per lo Zambesi, dove il gommone si è capovolto 2 volte, tutti siamo finiti in acqua e abbiamo vissuto attimi di grande paura, restando manciate di secondi sott’acqua, tra le onde delle correnti del fiume, e sembravano minuti, tempi lunghi abbastanza da pensare di non uscirne vivi!

E invece sono qui, più viva di prima, a raccontare l’Africa incontrata in Malawi e Zambia.





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